Tutta l’aridità del deserto industriale

Il 2012 è stato un anno nero per l’industria. Ieri l’Istat ha reso noto che, nel mese di novembre, il fatturato è sceso dello 0,2 per cento, pari al 5,4 per cento su base annua: è l’undicesimo calo consecutivo. Né si vede la luce in fondo al tunnel: pure gli ordinativi sono in contrazione (meno 0,5 per cento che annualizzato corrisponde a un preoccupante meno 6,7 per cento). In questi dati non c’è solo il riflesso di una congiuntura drammatica, ma anche e soprattutto l’onda di una crisi strutturale, che investe l’intero sistema Italia: la pressione fiscale, la complessità del sistema tributario, l’inefficienza della Pubblica amministrazione, e le rigidità del mercato del lavoro.
17 AGO 20
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Il 2012 è stato un anno nero per l’industria. Ieri l’Istat ha reso noto che, nel mese di novembre, il fatturato è sceso dello 0,2 per cento, pari al 5,4 per cento su base annua: è l’undicesimo calo consecutivo. Né si vede la luce in fondo al tunnel: pure gli ordinativi sono in contrazione (meno 0,5 per cento che annualizzato corrisponde a un preoccupante meno 6,7 per cento). In questi dati non c’è solo il riflesso di una congiuntura drammatica, ma anche e soprattutto l’onda di una crisi strutturale, che investe l’intero sistema Italia: la pressione fiscale, la complessità del sistema tributario, l’inefficienza della Pubblica amministrazione, e le rigidità del mercato del lavoro. Fattori estremamente rilevanti che influenzano non tanto la performance percentuale quanto le prospettive: un paese con alte tasse, giustizia lenta e sindacati rabbiosi allontana gli investimenti, che sono la precondizione per crescere. In questo senso, la rondine (che non fa primavera, ma è istruttiva) vola sulla chimica: il settore vede un segno positivo davanti a un 2,8 per cento. Le ragioni sono diverse, quella forse più rilevante è che la chimica è un settore che la sua crisi l’ha già attraversata e si è reinventato in vari modi. Uno sta nell’avere trovato un rapporto razionale con le rappresentanze dei lavoratori, che hanno accettato maggiore flessibilità in cambio di maggiori opportunità. Non stupisce, allora, che all’estremo opposto stia la metallurgia (meno 12,1 per cento) caratterizzata da un rapporto sempre conflittuale tra “padroni” e “salariati”. Su questi risultati tanto diversi influiscono moltissime variabili, tuttavia, non si può fingere che tutto sia sempre colpa della congiuntura.